Mr. Viaud, follia (dis)Umana

10.02.2019

Pierre Viaud nacque a Bordeaux nel 1725, fu marinaio sin dall'età di 16 anni e capitano della marina mercantile francese dal 1761. Visse una vita di grande impegno costellata di lunghi viaggi ed esperienze importanti. Molte furono le fatiche che il mare concedeva senza pietà, le forze spese e le preghiere ripetute per poter solcare acque sempre più pericolose. Ma nulla di tutto questo fu così tremendo se paragonato all' esperienza che Pierre Viaud fece nell' anno 1766, un evento tanto brutale quanto necessario che cambierà per sempre la sua vita. Un famigerato caso di cannibalismo che scandalizzò tutta l'Europa.


Pierre Viaud riportò la sua esperienza nel libro dal titolo Strane avventure avvenute in un viaggio marittimo a M. Viaud [...] e Madame La Cutre essendo constretti dalla necessità d' uccidere il prorpio servo, per farlo servire di loro sostentamento. Recatosi a Santo Domingo nel 1766, invece di fare ritorno in Francia intraprese un viaggio commerciale alla volta della Louisiana a bordo del brigantino Le Tigre, con altri 15 passeggeri. La nave si imbattè in una tempesta e naufragò il 16 febbraio 1767 presso la Dog Island, al largo della Florida. L'equipaggio riuscì a trarsi a riva e, se alcuni uomini perirono in breve di malattia, altri decisero invece di imbarcarsi su una rudimentale piroga di loro costruzione (essi scomparvero senza che ne sapesse più nulla). Pierre Viaud, il suo schiavo e La Couture rimasero da soli nella disperazione più profonda, unica fedele nemica sarà la fame quale protagonista diabolica che sancirà per sempre le vite dei protagonisti.  

In questa prima edizione italiana, stampata a Biella da Antonio Cajiani nel 1784, troviamo un racconto denso e potente che fa mancare il fiato. Una macabra testimonianza di disperazione, umiliazione e possessione. Una scrittura chiara e spiazzante che, al fine di averne una diretta esperienza, si riporta letteralmente ed integralmente la parte più incisiva del testo considerato:


"In tal momento mi vennero alla fantasia i più torbidi pensieri, che mi cagionarono grande agitazione. Oh Dio! diceva fra me stesso, vi è mai stata persona alcuna che siasi ridotta in una sì deplorabile situazione? Chi mai si è trovato in un deserto mncante di tutto, e vicino a morire di fame? [...] Ah, caro amico, avrò io il coraggio di svelarvi il tutto? Voi fremerete di orrore leggendo ciò che mi resta da dirvi; ma quanto grande possa essere la vostra maraviglia, sarà sempre minore di quella che provai io. Mirate a qual eccesso di disperazione è capace di condurre la fame, e compiangete le mie infelicità. 

Con la mente piena d' immagini sì funeste io gittava quà e là lo sguardo smarrito, quando tutto ad un tratto fermossi avidamente sopra al mio schiavo. [...]. Procurai per quanto potei di allontanare da me quest' orribile pensiero, ma la mia immaginazione persisteva sempre più a questo barbara eccidio. Io aveva ormai perduta la ragione, ed altro non sentiva che una estrema debolezza, e una fame rabbiosa, che laceravami crudelmente le viscere. [...].

Che male farei, continuai esclamando, a sagrificare il mio schiavo? Son suo padrone, l' ho comprato perchè mi serva in ogni bisogno; e qual servizio maggiore può egli mai rendermi, che salvare con la sua, la mia vita? Madame La Cuture [...] non sapeva tutto ciò che erami passato nella mente, ma il bisogno le fece conoscere il tutto, e chiamandomi con voce debole, mi fissò gli occhi in volto, e dipoi gittò uno sguardo sopra lo schiavo, accennandomelo con la mano,[...].

Parve che il mio furore non aspettasse che l' approvazione della mia compagnia, poichè contento di vederla pensare come me, non esitai un momento alla esecuzione, e alzandomi precipitosamente, presi un bastone nodoso, e avvicinatomi al mio nero gli scaricai un gran colpo sulla testa, [...]. La mia mano tremante non osò replicare il secondo, e il palpito del cuore, unito all' umanità, mi fece gettare un grido che mi tolse tutta la forza per continuare le percosse.

Il Nero alzandosi su i ginocchi a mani giunte, riguardandoni con occhi timido, e con voce debole, proruppe in tali accenti. Che fai mio caro padrone? ... Che mai ti ho fatto? Perchè mi togli quella vita, che ho impiegata in tuo servizio? Grazia e pietà ti chiedo ... salvami la vita. 

Non potei resistere a quella voce, e cadendomi dagli occhi alcune lagrime di tenerezza, stetti alcuni minuti di tempo, che non fui capace nè di rispondere, nè di prendere alcun partito. Ma la fame soffogando ben presto qualunque sentimento di pietà, [...], riaccese tutto il mio furore. Fuori di me stesso, mi gettai con indicibile trasporto sopra l' infelice, e lo gettai a terra mandando urli grandissimi per non sentire i di lui gemiti, che mi avrebbero infallibilmente disarmato. Dopo questo gli legai dietro le mani, e chiamai in aiuto la mia compagna, la quale avendoli appoggiato un ginocchio sulla testa, acciò non si potesse muovere, li seppellii con tutta la forza il coltello nella gola, col quale aprendoli in larga piaga, lo tolsi nello istante medesimo di vita.

Eravi li appresso un albero rovesciato a terra, ove con l' aiuto di Md. la Cuture, ve lo posi sopra a traverso per lasciarli colare tutto il sangue. [...], non potemmo sostenre la vista di quel corpo esangue, che un momento prima viveva. Inorriditi da ciò che avevamo fatto, corremmo rapidamente ad una sorgente d' acqua vicina per lavarci le mani intrinse del sangue di quello infelice, indi cadendo inginocchioni, chiedemmo perdono al Cielo dell' atto inumano da noi commesso, [...].

Ci alzammo, accendemmo un gran fuoco, e consumammo finalmente il nostro sagrifizio umano.[...]. Acceso che fu il nostro fuoco, troncai la testa al mio nero, e avendola infilata con la punta di un bastone la posi sul fuoco voltandola da tutte le parti per farla cuocere. Ma la fame non permettendoci di aspettare maggiormente, la divorammo prima che fosse finita di cuocere, [...].

Ci rimettemmo in cammino il 24 di aprile."